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  • Martina Collu

72 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

10 dicembre 1948: Eleanor Roosevelt ritratta nell’atto di mostrare al mondo la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Il suo contributo fu essenziale e la famosissima foto che tutti ricordiamo è la giusta sintesi in bianco e nero dei momenti di incontro e scontro che portarono alla creazione di un documento senza precedenti. Tuttavia, non fu la sola donna a battersi per i diritti di tutti e tutte.


Ci fu Hansa Mehta, la delegata indiana, che si batté per modificare quella scomoda frase che apriva l’Articolo 1, il principale, il biglietto da visita della nuova umanità nata dopo la Seconda Guerra Mondiale. Fu grazie a lei che “All MEN are born free and equal” diventò “All HUMAN BEINGS are born free and equal”.


A Minerva Bernardino, Bertha Lutz e Isabel de Vidal, diplomatiche sudamericane, dobbiamo l’inserimento della parità di genere tra i punti cardine del Preambolo alla Dichiarazione e nello Statuto delle Nazioni Unite.


Begum Shaista Ikramullah, diplomatica pakistana, promosse e ottenne l’inclusione dell’Articolo 16 sulla parità di diritti nel matrimonio, un potente mezzo per contrastare le unioni tra minori e adulti.


Anche l’intervento della danese Bodil Begtrup fu fondamentale affinché gli “all men” (tutti gli uomini) diventassero “everyone” e “all” (tutti quanti). A lei si deve l’Articolo 26 interamente dedicato al diritto all’istruzione.


L’Articolo 2 e la sua specificità nell’inserire anche il genere tra i motivi per i quali non si può e non si deve discriminare è merito di Marie-Hélène Lesfaucheux, Presidentessa della Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne.


La bielorussa Evdokia Uralova si batté strenuamente per la parità di retribuzione senza discriminazione di alcuna sorta, come afferma l’Articolo 23.


Lakshmi Menon, delegata indiana al Terzo Comitato, sostenne i diritti delle popolazioni ancora sotto dominio coloniale, affinché fossero esplicitamente incluse nella Dichiarazione.


Non ci ricorderemo mai i nomi impronunciabili di tutte queste donne, perché nessuna di loro, a parte la prima, è la moglie del Presidente degli Stati Uniti d’America. Eppure, tutte loro furono protagoniste, tutte loro regalarono ai loro figli e nipoti lontani nel tempo una parvenza di uguaglianza. Dico parvenza perché non è vero che i 30 articoli della UDHR sono validi ovunque, non è vero che questi diritti fondamentali sono rispettati da tutti. La UDHR è solo carta e tutte le belle parole scritte sopra non avranno valore finché ogni paese non le avrà marchiate in modo indelebile anche sulla propria Costituzione. Non aspettiamoci che questo accada senza muovere un dito. Ognuno di noi è responsabile del benessere del prossimo, si chiama coscienza collettiva, e ci vede tutti protagonisti contro le ingiustizie, affinché in un futuro non troppo lontano possa davvero realizzarsi l’ideale di fratellanza tra esseri umani auspicato nel 1948.


(Foto: United Nations Human Rights Day)



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