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  • Martina Collu

A Vindication of the Rights of Woman. Sui Diritti delle Donne.

Ho letto A Vindication of the Rights of Woman di Mary Wollstonecraft non so più quanto tempo fa. Non ricordo se fosse una lettura imposta dai miei studi o se io l’abbia effettivamente scelta, ma in me è sempre rimasta la sensazione che si trattasse di un’opera di estrema importanza. Recentemente, in seguito a illuminanti conversazioni con altre pensatrici, che ringrazio, mi è sorto il dubbio che A Vindication non fosse più così attuale e che il mio fosse semplicemente l’affetto di una studiosa per una delle sue autrici del cuore. Per questo motivo l’ho riletto nell’edizione non integrale di BUR Rizzoli a cura di Barbara Antonucci, Sui diritti delle donne.


Credo che sia necessario partire dal presupposto che si tratta di un’opera pubblicata nel 1792, verso la fine del Secolo dei Lumi, in cui la ragione e la morale diventano non solo temi preponderanti nella prosa degli autori dell’epoca, ma anche dei cardini sui quali deve basarsi l’esistenza delle persone. Nel Regno Unito si assiste alle tensioni sociali tra aristocrazia e borghesia, nonché alla diffusione su larga scala di due generi letterari senza i quali oggi non possiamo immaginare di vivere: il romanzo e il giornalismo. A scrivere, tuttavia, è sempre un uomo. In rarissime occasioni sentiamo la voce di una donna giungere fino a noi da tempi così remoti.

In questo contesto si inserisce A Vindication of the Rights of Woman, preceduto, attenzione, da A Vindication of the Rights of Men.


Mary Wollstonecraft è una delle prime a parlare di uguaglianza, a scrivere nella stessa frase le parole donne e diritti, partendo dal semplice fatto che uomo e donna sono due esseri fondamentalmente uguali. A contrastare questa ipotesi esisteva, come esiste ancora oggi, tutta una schiera di benpensanti che riteneva che gli uomini fossero creature superiori per natura, dotate di un intelletto sopraffino, mentre le donne fossero sostanzialmente degli oggetti. Differenze con la nostra epoca? Ben poche.


La filosofa mette in evidenza come le donne, nel suo secolo, siano poste dalla società, vale a dire dagli uomini, in una condizione di “fanciullezza perpetua” anche in età adulta, con lo scopo di perpetrare il potere maschile. Numerosi scrittori e pensatori dello stesso periodo ritengono che l’educazione delle ragazze debba tendere a renderle piacenti, sostenendo per giunta che l’eleganza è una qualità naturale nella persona di sesso femminile, che dalla nascita desidererà solo giocare con le bambole e interessarsi di vestiti e fronzoli. Wollestonecraft, chiaramente, si oppone a questa insensata affermazione e pensa che non sia affatto naturale, ma che nasca, come per gli uomini, dall’amore per il potere. Malgrado ciò, il potere delle donne dura l’istante in cui riescono a farsi amare dagli uomini, un attimo fugace, perché sarà un amore, anzi, un piacere scaturito esclusivamente dalla bellezza di cui sono fatalmente portatrici e che si impegnano con perseveranza a mantenere. Tuttavia, non si può apprezzare in eterno un bel contenitore vuoto, una “serva dell’amore e della lussuria”, un essere obbediente, gentile, docile “come uno Spaniel”, perché è così che gli uomini dell’epoca vedono la controparte femminile.

Le donne, secondo questi ultimi, sarebbero state create per essere amate e non dovrebbero desiderare di essere anche rispettate, altrimenti rischierebbero di essere estromesse dalla società in quanto troppo “mascoline”. Non c’è qualcosa di familiare in tutto questo Settecento?


L’obiettivo di Wollstonecraft è permettere alle ragazze di fortificare la propria mente (e con l’esercizio fisico anche il corpo) ampliandola e, invece di incoraggiare in loro il timore, contribuire a renderle individui sicuri di sé, del proprio intelletto. Per fare questo, aggiunge, si dovrebbero insegnare loro le scienze del corpo e anche della mente, per “permettere ai due sessi di accostarsi”, poiché non si può provare interesse per ciò che non si conosce.


La stessa educazione per entrambi, bambini e bambine nella stessa classe a imparare le stesse cose, questo è stato preteso nel XVIII secolo da una donna che era filosofa, oltre a essere moglie e madre. L’abbiamo ottenuto? Forse, nei paesi del cosiddetto primo mondo possiamo vantarci di aver raggiunto qualcosa di simile, sempre se non s’infila la religione a separare i maschi dalle femmine, e personalmente l’ho visto accadere in un paese non molto diverso dal nostro. Ma non esiste solo l’Occidente e finché ci saranno realtà dove le bambine non vengono educate come i bambini e, di conseguenza, le donne non vengono rispettate e trattate come vengono trattati gli uomini, non potremo vantarci di un bel niente.


Lettura attuale o antiquata, dunque? Se non sappiamo da dove veniamo, quali passi si sono fatti per arrivare fin qua, è difficile pianificare il futuro. Continueremo a scegliere un gioco per bambino per nostro nipotino e un gioco per bambina per nostra cuginetta, a rimbrottare un ragazzo perché si dimostra troppo sensibile per i canoni della nostra società e a redarguire una ragazza che indossa un vestito corto. Ci sorprenderemo ancora quando vedremo donne scienziate e quando, finalmente, avremo una Presidente del Consiglio o della Repubblica troveremo innumerevoli difetti tipicamente femminili per la persona che ricoprirà una carica tipicamente da uomo. Continueremo a giudicare stonate e fuori luogo tutte quelle sindache, avvocate, architette - oddio, ho detto tette! - e a trovare perfettamente normali le estetiste, le bambinaie, le segretarie, insomma, tutte quelle attività e professioni che ben si addicono alla donna, in quanto solo una femmina, una creatura naturalmente buona e docile e mansueta può prendersi cura del prossimo.


C’è sempre qualcosa che non si addice al nostro sesso, o a quello opposto, come ci viene spesso ricordato. Forse, non siamo abbastanza femminili, o magari non siamo abbastanza piacevoli, o abbastanza vestite, o abbastanza qualunque altra cosa decisa a priori in un tempo nel quale non abbiamo vissuto, ma dei cui retaggi continuiamo a soffrire.

Questo è solo uno dei motivi per cui leggere Sui diritti delle donne, perché tutte noi, almeno una volta nella vita, se non di più, ci siamo trovate in una situazione in cui non ci siamo sentite abbastanza senza sapere come ci siamo finite. E se anche agli uomini capita, talvolta, di non sentirsi adatti alle circostanze, è perché il patriarcato è un problema comune e ancora attuale.

Ciò detto, il XVIII secolo è finito e uomini e donne possono e devono comportarsi diversamente, sostenendosi reciprocamente in questa battaglia che è di tutti e tutte.




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