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  • Martina Collu

I dwell in Possibility. A cosa serve la letteratura?

Stamattina mi è capitato di leggere il post di Mauro Sandrini sul blog de Il Fatto Quotidiano che risponde ampiamente a un quesito posto da uno studente all’insegnante di matematica. A cosa serve la tua materia? Al di là del fatto che da studentessa (e non solo) mi sia sempre chiesta lo stesso, per un attimo ho immaginato che la domanda venisse posta a me, relativamente alla mia materia. Non devo vagare molto con l’immaginazione, perché è qualcosa che mi viene chiesto spesso, soprattutto dai più grandi, che non studiano più l’inglese, come hanno fatto fino al biennio, ma la letteratura inglese.


A cosa serve, quindi, la letteratura inglese o angloamericana, che dir si voglia?


Potrei iniziare dicendo che la mia materia le ingloba tutte, anche le materie scientifiche, e non sarebbe certamente falso, ma apparirebbe pretenzioso e molti non riuscirebbero a capire a cosa mi riferisco. In breve, ogni testo è letteratura, che si tratti dell’estratto di un romanzo, di un trattato filosofico, o di un articolo scientifico, si tratta comunque di un testo scritto in lingua inglese sul quale si può svolgere un lavoro di comprensione e analisi. Tuttavia, la letteratura è anche altro.

Recentemente, in una delle mie classi, ho assegnato un compito per casa che anticipava la mia lezione su Emily Dickinson. Ognuno degli studenti doveva leggere una delle poesie assegnate, comprenderne le tematiche principali e a partire da quelle inventare una storia. A cosa serve inventare un’altra storia, se ciò che vogliamo è cercare di interpretare il pensiero di una poetessa tanto enigmatica come la Dickinson? A cosa serve la prosa, se abbiamo sotto gli occhi un testo in versi? A che serve fantasticare, se il mondo in cui dobbiamo vivere domani, da adulti, è pieno di insidie reali e tangibili?


Di nuovo, a cosa serve la letteratura?


Raramente i miei studenti consegnano i compiti per casa, ma quella volta quasi tutti mi hanno mandato il loro racconto. Quasi tutti hanno voluto provare a scrivere, forse a comprendere, forse a esserci, per una volta, e a far sentire la propria voce dentro un compito, dentro l’obbligatorietà di un esercizio, fra le rigide regole grammaticali dell’inglese. Quasi tutti hanno accettato la letteratura come momento di relazione con sé stessi, un attimo di pausa dal cellulare, dalle apparenze, e un tuffo dentro il silenzio della testa, che invece chiacchiera molto, se la si ascolta. È bastato provare e il solo tentativo ha spalancato le porte della possibilità. I dwell in Possibility, dice Emily Dickinson. Io dimoro la Possibilità, con la lettera maiuscola, perché la possibilità è una grande casa che per tetto ha la volta del cielo. È infinita. In ogni compito ricevuto, che in quell’istante smetteva di essere un esercizio da valutare, ho visto l’esigenza dei miei ragazzi e delle mie ragazze di raccontare, di raccontarsi. Alcuni di loro mi hanno chiesto aiuto, perché sembrava troppo strano dover fare solo quello, solo tentare di costruire un dialogo con la persona che abbiamo dentro. Altri, invece, mi hanno detto: “prof., io mi sono emozionat*”.

La letteratura serve a questo. La realtà, seppur intricata e incomprensibile come il periodo storico che stiamo vivendo, pulsa di emozioni. Il nostro compito di esseri umani in divenire è accoglierle, ascoltarle, cullarle. Diventeremo adulti più abili e versatili dopo aver imparato a comprenderci.


Concludo consigliando a tutti gli adulti, genitori, insegnanti, fratelli, cugini, amici di un ragazzo o di una ragazza alle prese con l’adolescenza, di regalare loro un libro per questo Natale. E nel pacchetto, per favore, metteteci anche la vostra compagnia, su un divano, di fronte al camino, se ce l’avete, e abbassate per un momento il volume della televisione. Ma sì, se volete fatevi pure un selfie e caricate una storia su Instagram con l’hashtag #anataleleggocon… mio figlio, mia figlia, mio fratello, mia sorella. Poi però leggete davvero, insieme, ché fa bene a entrambi.



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