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  • Martina Collu

"L'età dell'innocenza" e la nostalgia di una New York mai vista.

Non leggevo un romanzo così dai tempi di Anna Karenina. E che tempi, quelli in cui uno dopo l’altro mi capitavano tra le mani soltanto romanzi sublimi, magistralmente scritti, che senza sforzo riuscivano a toccare le giuste corde e a lasciarmi dolorante e commossa. Mi è successo di nuovo, dopo qualche tentativo comunque ben riuscito da parte di altri romanzi, con L’età dell’innocenza di Edith Wharton (ed. BUR Rizzoli). Dolorante e commossa, ho dovuto riporre il libro con la sensazione di essere stata travolta da qualcosa, pur senza sapere da cosa, perché niente della trama ha toccato un tasto dolente della mia vita attuale, niente ha risvegliato vecchie ferite. Sono solo stata sorpresa da tanta bellezza tutta insieme. Una bellezza inspiegabile a parole; come si spiega la nostalgia verso luoghi ed epoche in cui non si è vissuto? Persone che non si conoscono eppure sembra che ci abbiano abbandonato all’ultima pagina, come Newland Archer ed Ellen Olenska.


Ah, la Gilded Age! Quell’epoca incomprensibilmente ingenua, a metà tra l’età Vittoriana inglese e la Belle Époque francese, però oltreoceano. La vecchia New York, così dannatamente bella e decadente come non si è mai più vista, per certi versi più europea di Londra e di Parigi e di Roma, tanto era rigurgitante di immigrati che passavano inosservati mentre contribuivano a renderla maestosa.


In questa New York mai più esistita è ambientata la storia narrata ne L’età dell’innocenza. Una storia d’amore? Certo, una storia d’amore, per fortuna mancante dell’epilogo presente in Anna Karenina, ma non per questo meno straziante. Una trama riccamente intessuta di dettagli, dagli elegantissimi vestiti delle signore ai preziosi arredi, oggetti, accessori appartenuti a un’epoca imbevuta di apparenze. E mentre si legge e si giudica col senno della nostra epoca, si assapora, senza mai stancarsi, ogni fine descrizione, come se la scena fosse reale. Le magioni di Newport, i brum e i landò, la tradizione del teatro dell’opera, acconciature, pizzi, fiori, dipinti.

Ma soprattutto gli sguardi carichi di significati repressi e gli eloquenti gesti, non solo dei protagonisti, ma di tutti i personaggi che rappresentano perfettamente uno spaccato della società newyorchese dell’ultimo trentennio dell’Ottocento e le sue regole apparentemente immutabili.


L’ordine primordiale delle cose, la crudeltà di valori insindacabili sono il perno attorno al quale si svolgono le vicende dei tre personaggi principali: lui, lei, l’altra. Ma l’altra è la moglie o l’amante? È possibile ignorare l’onnipresente codice morale di New York, incarnato dalla famiglia, dalla tribù? La famiglia di lui, di lei, dell’altra, che poi è sempre la stessa, una grande famiglia newyorchese, ipocrita e ingenua, sulla quale poggia le sue fondamenta la società intera. Un meccanismo sempre più ingombrante che i protagonisti cercano di oleare, ma scomodo, rigido e difficilmente manovrabile. Tutti ne subiscono i limitanti effetti, anche quando appare indulgente, anche quando si mostra benevola.


E allora chi è l’innocente di questa severa età? C’è della triste ironia nel titolo del dodicesimo romanzo di Edith Wharton?


Sì, c’è. Ed è proprio la sua storia, quella di Ellen Olenska, quella di May Welland, così diverse e così simili nel proprio essere donna. La libertà individuale di ciascuna messa a dura prova e infine sacrificata nel nome di una rispettabilità soltanto apparente, con la differenza che May, la moglie, conosce bene le regole del gioco, mentre Ellen, l’altra, non le conosce affatto. Chi è più innocente? Alla fine, chi vince? Chi sa e sottace, o chi tenta di liberarsi di un cappio troppo stretto la cui unica conseguenza è soltanto la morte dei sensi?


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