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  • Martina Collu

"La morte in mano", thriller psicologico di Ottessa Moshfegh

Ottessa Moshfegh riesce sempre a turbarmi. A due anni di distanza da Il mio anno di riposo e oblio, letto in lingua originale, riprovo a concedermi alla scrittura di questa autrice americana un po’ insolita e lo faccio nella mia lingua affinché questa volta non ci possano essere ostacoli di alcuna sorta. Solo io e lei, soltanto i miei occhi sulle vicende di Vesta Gul. O forse dovrei dire la mia mente, il mio “spazio mentale”…


Vesta Gul, protagonista de La morte in mano (Feltrinelli), è una donna di 72 anni che vive sola in uno chalet sul lago di Levant, nel Maine. Una mattina, a spasso per il suo bosco di betulle insieme a Charlie, il suo amato cane, trova un biglietto con su scritto:


“Si chiamava Magda. Nessuno saprà mai chi è stato. Non l’ho uccisa io. Qui giace il suo cadavere.”

Eppure, Vesta non trova nessun cadavere, nessun altro indizio, nessun segno che possa spiegare la presenza di un messaggio simile. Non sa chi sia Magda e perché sia stata uccisa nel suo bosco di betulle.


Vesta non è mica impazzita, è solo rimasta vedova di recente, prima di stabilirsi a Levant, un posto freddo, sì, ma non solo in inverno, non solo in superficie. Tuttavia, lei ha Charlie a scaldarle il cuore e a proteggerla dalle disavventure, almeno fino a quando non sgorgano dalla sua mente. Uno “spazio mentale” che per tanti anni ha condiviso con suo marito prima che morisse di cancro. Lo condivide anche ora che se n’è andato, perché è troppo difficile spazzare via gli anni di una convivenza soffocante, prepotente, narcisistica.



E così Vesta s’impegna non solo a trovare l’assassino di Magda, chiunque sia, ma a cucirle addosso un’identità che ricorda vagamente una Vesta più giovane, ma più incattivita e resiliente. Comincia a piacerle, questa ragazza, che potrebbe avere 24 anni, anche se il suo fisico apparterrà per sempre a una diciannovenne. Un’indagine inquietante e affascinante, quella dentro la psiche tormentata di una donna vittima delle ombre lasciate indietro da chi non c’è più.


La morte in mano è un thriller psicologico ben riuscito, nonostante gli echi leggermente bukowskiani che non trovo del tutto adatti al personaggio. Ma forse mi sbaglio e io gli americani non li conosco affatto. Forse, una settantaduenne statunitense si esprime davvero come un’adolescente. Forse, è proprio una caratteristica di questo personaggio, e allora chi parla non è più Vesta ma Magda. Suppongo che questo sia il bello della lettura, il potere di interpretazione in mano al lettore.


Ottessa Moshfegh riesce ancora una volta a lasciarmi interdetta già prima del finale, stordita dalla ferocia così manifesta della sua scrittura. Come per Il mio anno di riposo e oblio, non sono soddisfatta dalla lettura, non sono serena quando volto l’ultima pagina, con il cuore in tumulto. Contrariata, sono contrariata e angosciata, e forse questo è davvero l’obiettivo ultimo di un thriller psicologico: non lasciare al lettore nessuna possibilità di dimenticare vecchi e nuovi turbamenti.


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